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Asian Hate, l'ennesima eredità del Covid

di Silvia Conticelli

Photo credits: CNN

Una della manifestazioni organizzate contro il dilagare degli episodi di Asian Hate. L'ultimo corteo si è tenuto il 4 aprile a New York.


Accade spesso, per quanto retorico possa sembrare, che solo il potere mediatico di una strage riesca a portare a galla problematiche fino a quel momento pressoché ignorate o ampiamente sottovalutate. È il 16 marzo quando il ventunenne Robert Aaron Long uccide a colpi di pistola otto persone, di cui sei di origine asiatica. Nonostante Long abbia negato di aver agito spinto da qualsiasi movente di stampo razziale, il suo atto ha acceso il dibattito sul tema di quello che in inglese viene chiamato Asian Hate, l’odio verso le persone di origine asiatica.


Facciamo un passo indietro, ai primordi della pandemia, quando vivevamo nell’illusione che in un mondo globalizzato, il Covid 19 non avrebbe mai valicato i confini cinesi. Forte di quell’illusione, il subdolo populismo occidentale guidato dal paladino Donald, ha dato il via ad una retorica fondata sul bieco sillogismo “il virus viene dalla Cina = i Cinesi sono gli untori”. Una retorica prima di tutto semantica, con il ricorso all’espressione “il virus cinese”, diretta ad identificare inesistenti colpevoli e ad alimentare una spirale di odio verso le persone di etnia asiatica. Insomma, niente di meno del solito, consolidato ed ampliamente sperimentato meccanismo alla base di ogni deriva razzista. Uno studio condotto dal Center for the Study of Hate and Extremism della California State University, su un campione di 16 tra le più grandi metropoli statunitensi, ha rilevato un aumento dei crimini d’odio verso persone asiatiche del 150%, a fronte di una decrescita generale del 7% di questa tipologia di crimini nell’ultimo anno (2020). Un’impennata preoccupante e violenta, raccontata anche in un recente editoriale del Washington Post: dal disinfettante spruzzato sul volto con annessi insulti razzisti alle quotidiane aggressioni verbali e fisiche, ce n’è per tutti, in ogni angolo d’America. Al dilagare di questo fenomeno si deve la nascita dell’associazione Stop AAPI Hate, che ha lo scopo di monitorare e analizzare gli episodi di odio verso persone asiatiche: da marzo 2020 a febbraio 2021 sono stati 3795 i crimini segnalati e registrati, il 70% dei quali ai danni di donne.


Francesca Pataro, docente americana di origini italiane che vive ad Aiken

(South Carolina) ci ha permesso di riportare qui un suo recente post, in cui racconta l'ennesimo episodio di razzismo celato dietro quello che sembra "solo" l'innocuo scherzo di un ignorante.



Tuttavia, relegare l’Asian Hate ad un fenomeno prettamente americano sarebbe un grave errore; l’onda lunga della retorica trumpista non ha risparmiato il Vecchio Continente, Italia compresa. Anche entro i confini nostrani, l’avvento del Covid ha segnato una linea di demarcazione nel nostro modo di vedere e percepire la comunità asiatica, fino ad allora quasi ignorata dal discorso politico. Da proprietari di ristoranti, di centri per massaggi o del negozio “in cui trovi tutto”, i cinesi e – secondo una pregiudizievole logica metonimica – gli asiatici sono diventati bersaglio di un boicottaggio di infimo livello, anche da parte della fitta schiera di intellettualoidi sempre in prima linea nel dichiarare il loro antirazzismo, gli stessi che nel febbraio dello scorso anno hanno iniziato a rinunciare al loro delivery orientale del sabato sera per paura di rimanere vittime innocenti del “virus cinese”. Alla base, come sempre, c’è un substrato di ignoranza, di mancata voglia di conoscere tutto ciò che è altro da noi e dalla nostra cultura, un terreno fertile dove odio e pregiudizio prolificano, grazie ad assist importanti anche da parte di chi dovrebbe farsi strumento di contrasto di dinamiche devianti e abusanti nei confronti di una parte della popolazione. Il caso del libro di testo per le scuole elementari di una nota casa editrice italiana – come fa notare in primis Lala Hu, docente di Marketing all’Università Cattolica e autrice del libro Semi di Tè - denota una stereotipizzazione del mondo asiatico ancora endemica: la bambina cinese presente in uno dei dialoghi del libro non riesce a pronunciare la “r” ed appare compiaciuta delle prese in giro dei coetanei. Una simile narrazione non solo non accorcia le distanze, ma ignora quanto questo tipo di pregiudizio possa essere discriminante e svilente per chi è costretto a subirlo.


Come ogni fenomeno di matrice razzista che (non) si rispetti, l’odio nei confronti delle persone di etnia asiatica è l’inevitabile conseguenza dell’incapacità diffusa di uscire dagli orizzonti limitanti della propria cultura di appartenenza, della necessità di molti governanti poco illuminati di cercare sempre un capro espiatorio che nasconda le loro negligenze, di un retaggio suprematista che l’Ovest del mondo fatica a lasciare andare.


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